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Ritratti di piante

Fava

Redazione Terra HumanaUltimo aggiornamento: 2026-10-137 min di lettura

Fave in fiore con fiori bianchi macchiati di nero tra giovani alberi su un pendio terrazzato

In breve

Una delle colture più antiche del Mediterraneo e del Vicino Oriente: leguminosa invernale che trae dall'aria gran parte del suo azoto e arricchisce il suolo.

Nome botanico
Vicia faba
Famiglia
Fabaceae (leguminose)
Origine
Vicino Oriente, antenato ignoto
Portamento
erbacea annuale eretta
Freddo
gelo leggero; decide l'acclimatazione
Acqua
cresce con la pioggia invernale
Strato nel bosco commestibile
erbaceo, coltura invernale
Raccolta
primavera, fresca o secca
A Sa Medada
azotofissatrice, a dimora

Che cos'è la fava?

La fava è l'azotofissatrice di casa nel Mediterraneo. Si coltiva da così tanto tempo intorno a questo mare che nessuno ne conosce la forma selvatica: fave carbonizzate da insediamenti neolitici della Bassa Galilea mostrano che la si coltivava circa 10.200 anni fa, ma la pianta selvatica da cui discende non è mai stata trovata. Da allora ha nutrito persone, bestiame e suolo.

Il suo ritmo coincide con il clima mediterraneo. Si semina con le prime piogge d'autunno, cresce durante l'inverno fresco e umido e matura in primavera, prima che cominci la siccità estiva. In questo tempo fissa l'azoto nei noduli radicali. Tra le piante azotofissatrici è la classica del semestre invernale: cibo, foraggio e sovescio in una sola pianta.

Origine e portamento

La fava viene dal Vicino Oriente, la regione dove furono domesticati anche frumento, orzo, lenticchia e pisello. È un'erbacea annuale eretta con fusto quadrangolare e cavo, foglie verde-azzurre di poche foglioline larghe e fiori bianchi con una macchia nera, molto visitati dalle api. I baccelli stanno dapprima eretti, poi pendono, e contengono pochi semi grandi. In millenni di coltivazione sono nate molte forme, dalla fava da orto a seme grosso al favino a seme piccolo per foraggio e sovescio.

Esigenze

La fava è una coltura della stagione fresca. Cresce meglio con tempo mite e umido e soffre il caldo. Nel Mediterraneo appartiene quindi all'inverno: seminata in ottobre o novembre, vive della pioggia invernale e non ha bisogno di acqua d'estate. Sopporta il gelo leggero, ma quanto bene dipende meno dalla minima che dall'acclimatazione. In una prova con 24 varietà in due località italiane sono morte più piante nella mite Foggia (meno 3,4 °C, otto giorni di gelo) che a Lodi, al Nord (meno 7,3 °C, 54 giorni di gelo), perché le piante del Sud non si erano indurite prima delle gelate tardive. Ama suoli profondi, franchi, non troppo acidi, e pieno sole.

Ruolo nel suolo: azoto, biomassa e pacciamatura

Il suo partner è Rhizobium leguminosarum simbiovar viciae, che forma noduli anche su pisello, veccia e lenticchia. La fava è tra le azotofissatrici più forti fra le leguminose da granella della stagione fresca: secondo una rassegna su Field Crops Research trae dall'aria dal 70 al 95 per cento circa del suo azoto. I batteri adatti sono diffusi nei suoli agricoli; uno studio nel Nord della Gran Bretagna ha trovato ceppi efficaci perfino in campi senza leguminose recenti. Della simbiosi parla la voce sui rizobi.

Che cosa ne sia di quell'azoto lo decide il raccolto. Le fave secche ne portano via molto. Tagliata in fioritura, la pianta intera diventa sovescio o pacciamatura e restituisce al suolo gran parte del suo azoto. Anche dopo la raccolta dei semi, radici e steli lasciano azoto e sostanza organica. Per questo il favino è un sovescio tradizionale negli uliveti e nei vigneti italiani: seminato in autunno, tagliato in primavera, lasciato a terra.

Nel bosco commestibile

Nel bosco commestibile la fava appartiene allo strato erbaceo, e all'inverno. Tra gli alberi giovani riempie il suolo nella stagione in cui gli alberi riposano e la luce passa. Nell'agricoltura sintropica colture simili formano il primo stadio, il più breve: si seminano insieme ad alberi e arbusti, si raccolgono o si tagliano dopo una stagione, e i loro residui nutrono le piante che restano. Poiché cresce d'inverno e d'estate non c'è più, non toglie acqua alle colture estive. Come inerbimento invernale protegge il suolo nudo dalle forti piogge della stagione fredda.

Nel clima mediterraneo

Qui la fava è di casa. In Sardegna, in Sicilia, in Spagna, in Grecia e nel Levante si coltiva dall'antichità e fa parte delle colture invernali tradizionali di tutta la regione. Il miglioramento genetico mediterraneo punta su varietà adatte alla semina autunnale, e nel Sud Italia la semina di inizio inverno ha dato in prove di campo rese migliori di quella tardiva. I rischi principali sono un ritorno di freddo dopo un inverno mite, la siccità primaverile durante fioritura e riempimento dei baccelli, e l'afide nero della fava sugli apici in primavera.

La fava è una coltura di campo e non figura in alcun elenco di specie invasive.

Propagazione e cura

Le fave si seminano direttamente in autunno, a circa cinque centimetri di profondità. Non hanno bisogno di concime azotato. Le varietà alte si sostengono nei luoghi ventosi. La cimatura degli apici dopo la fioritura riduce gli attacchi di afidi. Per il sovescio si tagliano le piante in piena fioritura e si lasciano sull'aiuola; per i semi si raccolgono fresche in primavera o si lasciano seccare.

Qui va un avvertimento, soprattutto in Sardegna. Le persone con deficit ereditario di G6PD possono andare incontro, dopo aver mangiato fave, a una grave distruzione dei globuli rossi, il favismo. Il deficit è relativamente frequente in Sardegna; nel distretto di Sassari, secondo uno studio dei primi anni Novanta, ne era colpito circa il 7,5 per cento dei maschi.

Come la intende Terra Humana

A Sa Medada la fava rappresenta la forma più antica di cura del suolo in questo paesaggio: una coltura invernale che nutre le persone e lascia azoto. Collega il nuovo impianto a una pratica contadina molto più antica di qualunque albero. Che appartenga al luogo è chiaro; che cosa possa dare tra gli alberi giovani, lo si vedrà.

La valle di Sa Medada presso Jerzu, Sardegna, con uliveto e macchia

Sa Medada

Così è da noi

A Sa Medada le fave sono a dimora come una delle azotofissatrici. Come tutte, sono state piantate senza inoculo di batteri dei noduli radicali.

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Domande frequenti

Che cos'è la fava?

La fava (Vicia faba) è una leguminosa annuale e una delle colture più antiche del Vecchio Mondo. Fave carbonizzate da insediamenti neolitici della Bassa Galilea mostrano che veniva coltivata circa 10.200 anni fa; il suo antenato selvatico non è mai stato trovato. Intorno al Mediterraneo si semina in autunno, cresce durante l'inverno piovoso e si raccoglie in primavera, fresca o come seme secco. Si coltiva come cibo, come foraggio e come sovescio.

Quanto azoto fissa la fava?

È tra le azotofissatrici più forti fra le leguminose da granella della stagione fresca. Una rassegna su Field Crops Research stima che dal 70 al 95 per cento circa del suo azoto provenga dall'aria, e che il beneficio per le colture successive sia spesso alto. Quanto ne resti nel suolo dipende dal raccolto: il seme secco porta via gran parte dell'azoto, mentre una coltura sovesciata o lasciata come pacciamatura ne restituisce la maggior parte.

La fava va inoculata?

Spesso no. Il suo partner è Rhizobium leguminosarum simbiovar viciae, lo stesso batterio che forma noduli su pisello, veccia e lenticchia. Dove crescono queste piante o i loro parenti selvatici, i batteri adatti di solito ci sono. Uno studio in aziende del Nord della Gran Bretagna ha trovato rizobi efficaci perfino in campi senza leguminose recenti. Nei suoli che non hanno mai ospitato piante simili l'inoculo può comunque convenire. A Sa Medada le fave sono state piantate senza inoculo.

Che cos'è il favismo?

Il favismo è una distruzione dei globuli rossi che può seguire al consumo di fave nelle persone con un deficit ereditario dell'enzima G6PD. Le fave contengono vicina e convicina, che nell'organismo si trasformano in sostanze fortemente ossidanti a cui questi globuli rossi non resistono. Le fave fresche sono il fattore scatenante più frequente. Il deficit è diffuso in Sardegna: nel distretto di Sassari, secondo uno studio dei primi anni Novanta, ne era colpito circa il 7,5 per cento dei maschi. Chi ha un deficit di G6PD noto deve evitare le fave.

La fava resiste al gelo?

Alle gelate leggere sì; quanto, dipende da varietà e acclimatazione. Una prova con 24 varietà in due località italiane ha dato un risultato sorprendente: a Foggia, con soli otto giorni di gelo e una minima di meno 3,4 °C, sono morte più piante durante l'inverno che a Lodi, con 54 giorni di gelo e meno 7,3 °C. L'inverno mite aveva impedito alle piante di indurirsi prima delle gelate tardive. Nell'orto mediterraneo il pericolo maggiore è un ritorno di freddo dopo un periodo mite.

Arbusto di feijoa in fiore con petali bianchi e porpora e stami rossiProssimo in questo temaFeijoaArbusto sempreverde delle Myrtaceae del Brasile meridionale e dell'Uruguay; abbastanza rustico, ha petali commestibili e frutti verdi aromatici in autunno.

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Fonti

  • Caracuta et al., The onset of faba bean farming in the Southern Levant, Scientific Reports 5 (2015)
  • Jensen, Peoples & Hauggaard-Nielsen, Faba bean in cropping systems, Field Crops Research 115 (2010)
  • Maluk et al., Fields with no recent legume cultivation have sufficient nitrogen-fixing rhizobia for crops of faba bean (Vicia faba L.), Plant and Soil 472 (2022)
  • Annicchiarico & Iannucci, Winter survival of pea, faba bean and white lupin cultivars in contrasting Italian locations and sowing times, Journal of Agricultural Science 145 (2007)
  • Sellami, Lavini, Calandrelli, De Mastro & Pulvento, Evaluation of genotype, environment, and management interactions on fava beans under Mediterranean field conditions, Agronomy 11 (2021)
  • Luzzatto & Arese, Favism and Glucose-6-Phosphate Dehydrogenase Deficiency, New England Journal of Medicine 378 (2018)
  • Meloni et al., Favism and hemolytic anemia in glucose-6-phosphate dehydrogenase-deficient subjects in North Sardinia, Acta Haematologica 70 (1983)
  • Meloni, Forteleoni & Meloni, Marked decline of favism after neonatal glucose-6-phosphate dehydrogenase screening and health education: the Northern Sardinian experience, Acta Haematologica 87 (1992)

Ultimo aggiornamento: 2026-10-13